Omelia di Mons. Ferretti del 02-11-2024

Cimitero di Foggia

Oggi certo viviamo la tristezza del distacco davanti al mistero della morte che sembra averci separato dai nostri cari. Ritornano in noi molte domande sul senso della vita, della sofferenza, della malattia, del male.

Paolo nella lettera ai Romani ci spiega però che: “Le sofferenze del tempo presente non sono paragonabili alla gloria futura che dovrà essere rivelata in noi”. E’ la Resurrezione dalla morte.

E come andare in paradiso, il Signore ce lo mostra nel Vangelo; la Parola di Dio, apre al nostro sguardo il mistero della vita e dell’amore.

“Venite, benedetti dal Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla fondazione del mondo…” dice il Figlio dell’Uomo nel Vangelo che abbiamo ascoltato, e oggi sentiamo queste parole rivolte ai nostri cari e a noi, benedetti dal Padre ed accolti nell’eredità del Regno che il Signore ha preparato per i suoi figli.

La Chiesa, che da sempre ha voluto celebrare il giorno dei defunti, ha scelto questo brano del Vangelo per la liturgia di oggi, perché il giudizio del Signore, non come quello degli uomini, come tante volte sono anche i nostri giudizi sugli altri, che valutano gli altri a partire dai nostri interessi.

No, il giudizio del Signore è un giudizio di amore. Noi possiamo chiamare addirittura Dio: Padre! Un padre che accoglie in cielo chi vive l’amore. Ma cosa significa vivere l’amore del Signore?

Il Vangelo in questo è molto chiaro, “Ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere; ero forestiero e mi avete ospitato, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, carcerato e siete venuti a trovarmi”.

Vedete, l’attenzione e l’amore del Signore sono rivolti a tutti gli uomini, nessuno è escluso dal suo amore che è in particolare per poveri e noi siamo chiamati a vivere questo stesso amore, questa stessa compassione verso chi è povero, straniero, vulnerabile.

I giusti della parabola restano stupiti e chiedono “Quando mai Signore ti abbiamo veduto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, assetato e ti abbiamo dato da bere, forestiero e ti abbiamo ospitato o nudo e ti abbiamo vestito, malato o in carcere e ti abbiamo visitato?”

“Ogni volta che avete fatto queste cose ad uno solo di questi miei fratelli più piccoli l’avete fatto a me”.

È facile, sorelle e fratelli, entrare in paradiso, basta dare acqua a chi ne ha bisogno, cioè avere una attenzione anche piccola, perché la vera morte è l’amore per sé.

C’è come una religiosità del cuore che Gesù mostra agli uomini. Una religiosità dell’amore. E vi è una semplice saggezza in questo. Nel non fare male a nessuno, non rendere il male, ma cercare il bene, occuparsi degli altri.

A volte ci sembra che una vita realizzata sia una vita ricca di esperienze, di soddisfazioni, piaceri, cose accumulate. Ma siamo poi sicuri che è così? Ci insegna l’apostolo Paolo che alla fine di tutto resterà l’amore. Cosa verrà ricordato di noi sorelle e fratelli? Cosa considererà il Signore di noi, se non l’amore?

E oggi il Signore ci dice: “Venite a me benedetti del Padre mio”. E noi restiamo stupiti per questo amore largo e appassionato verso ogni uomo ed ogni donna, un amore che non esclude nessuno, non giudica e che non dimentica nulla della nostra vita.

L’amore del Signore ha condiviso con gli uomini la loro povertà e la loro debolezza. Il Signore non è lontano e distante, ma si è fatto vicino a noi, si è chinato sulla nostra umanità, condividendone le difficoltà e la fragilità e mai ci lascia soli.

È scritto nel libro del Cantico dei Cantici che: “Forte come la morte è l’amore”. E in nome di questo amore che il Signore ha sconfitto la morte, ogni male ed ogni debolezza ed è risorto aprendo agli uomini le porte del Regno dei Cieli.

In nome del suo grande amore, il Signore Gesù accoglie la vita di ciascuno di noi: Accoglie la vita dei nostri cari, tutta intera, così com’è.

L’amore di Dio apre per tutti le porte della Gerusalemme del Cielo, della Città Santa di cui parla il libro dell’Apocalisse, dove non c’è più lutto, né tristezza, né pianto, dove ogni male è sconfitto.

Diceva Papa Giovanni XXIII: “La vita è solo un pellegrinaggio, del cielo siamo fatti. Stiamo un po’ qui e poi andiamo a casa, alla Casa del Padre”.

Quella vita nuova, noi sappiamo, i nostri cari la vivono già e ci chiedono di non essere distanti, di pregare per loro.

+Giorgio

       Arcivescovo

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